Guida informativa sulla santoreggia, pianta aromatica conosciuta come erba acciuga o erba cerea, dalle proprietà agli utilizzi in cucina e terapeutici, dalle pratiche colturali alla raccolta delle foglie e infiorescenze, alla relativa conservazione.
La santoreggia (Satureja) è una pianta aromatica della famiglia delle Labiate (Lamiaceae), stessa famiglia della menta, originaria dell’Europa, Asia e Africa. Erbacea cespitosa, con radice a fittone che emette svariati fusti ramificati, ricoperti di una delicata peluria, come le foglie. E’ una specie poco presente nel nostro paese, come pianta spontanea. Cresce in zone pervie, aride e rocciose, del Centro Nord Italia, fino ad oltre 1000m di altitudine e raggiunge l’altezza di 35-55cm. Apprezzata anche come pianta ornamentale per il suo portamento elegante, fiorisce in piena estate e produce piccoli fiori bianchi-rosa, raccolti in infiorescenze alla cime dei fusti. Le foglie sono nastriformi ricadenti, molto sottili, larghe solo 2-3mm. Tra le specie maggiormente apprezzate e coltivate, troviamo la cosiddetta santoreggia estiva e la santoreggia di monte, rispettivamente la Satureja hortensis, coltivata come annuale, e la Satureja montana, varietà perenne, detta erba poverella. La specie montana si differenza da quella domestica, l’hortensis, perché più grande e di un colore verde più intenso. A queste due specie si aggiunge la Satureja spicigera conosciuta come varietà invernale
Vive bene con un clima temperato fresco e posizione soleggiata in un comune terreno da giardino, anche se poco fertile, purché ben drenato. Non teme eccessivamente il freddo, anche se in presenta di condizioni climatiche estreme è opportuno proteggere la massa radicale con una pacciamatura da effettuare con paglia, fieno o fogliame ai piedi della pianta. L’eventuale parte area danneggiata dal freddo e/o dal gelo può essere recisa a fine inverno a pochi cm dal suolo. Le nuove radici, soprattutto se protette, non tarderanno ad emettere nuovi getti, con l’arrivo della primavera e l’inizio della nuova stagione vegetativa.
Per seme ed in misura minore per propaggine, talea e separazione dei cespi. Si moltiplica anche autonomamente a seguito di dissemina spontanea. La propagazione per seme rappresenta la regola per le piante coltivate come annuali, mentre le tecniche agamiche per le piante coltivate come perenni.
I periodi per la semina nella dimora definitiva in vaso o in piene terra vanno da marzo a maggio e da settembre a ottobre. Allo scopo:
In considerazione delle difficoltà che presentano i semi della santoreggia per la germinazione, per l’impianto si preferisce partire da piantine realizzate in semenzai. In questo caso per poter disporre di piantine sufficientemente grandi, dai 10 ai 15cm, da poter essere maneggiate e trapiantate con l’arrivo della primavera, la semina deve essere eseguita a fine autunno-inizio inverno precedente, tenendo i contenitori all’esterno, ma in luoghi ben riparati. Per un trapianto da eseguire in autunno, la semina si effettua a primavera inoltrata.
Per favorire la germinazione sia nei semenzai che in piene terra, è opportuno tenere i semi a bagno in acqua tiepida per 12-24 ore prima della semina.
A scopo amatoriale o per realizzare un numero limitato di nuove piante, si preferisce ricorrere alle tecniche di riproduzione agamiche, quali la propaggine, divisione dei cespi e talea, che assicurano alle giovani piante le stesse caratteristiche genetiche della pianta madre. I periodi miglior per la divisione dei cespi vanno da marzo-aprile e da settembre-ottobre, mentre la propaggine si può effettuare durante la stagione invernale, con eccezione dei periodi particolarmente avversi. Con la propaggine bisogna aspettare circa un anno perché il ramo interrato abbia radicato a sufficienza da poter essere separato dalla pianta madre. Le talee di 10-12 cm vanno prelevate a fine estate dai fusti basali semilegnosi e messe a radicare in una composta di torba e sabbia in parti eguali, per il successivo trapianto nella dimora definitiva, una volta che hanno radicato.
Regolari, in particolare in estate. La santoreggia soffre più l’eccesso che la carenza d’acqua; teme infatti i ristagni idrici, mentre supera tranquillamente brevi periodi di siccità.
Gli interventi di annaffiatura da parte nostra devono integrare le piogge. Esse si concentrano durante l’estate, quando potrebbe diventare necessario annaffiare 1-2 volta a settimana. Con buone probabilità, durante l’inverno risultano sufficiente le piogge, mentre durante le stagioni intermedie, autunno e primavere, bisogna far leva sul buon senso in funzione della piovosità del periodo. Potrebbe essere necessario intervenire 1 volta al mese circa.
Oltre alla fertilizzazione, interrando letame maturo all’atto della preventiva vangatura del terreno, dopo l’impianto, durante la stagione vegetativa, per una vegetazione rigogliosa, ogni 40-45 giorni, è opportuno diluire nell’acqua destinata alle innaffiature concime liquido a base si azoto.
Per assicurare un habitat quanto più confortevole possibile, da marzo a settembre, a mesi alterni eseguire ai piedi delle pianta una zappettatura dello strato superficiale del terreno, in modo da renderlo perfettamente permeabile e nello stesso tempo arieggiarlo per una migliore ossigenazione della massa radicale. Con la sarchiatura si provvede anche a rimuovere le eventuali infestanti, senza ricorrere ai pericolo diserbanti.
Oltre alla opportuna rimozione di fusti secchi o spezzati, per le piante coltivate come perenni, ogni 2-3 anni, diventa necessario un intervento radicale col quale recidere i fusti rasoterra, alla fine della stagione vegetativa, al fine di rinnovare la vegetazione, dal momento che con l’arrivo della primavera le radici non tarderanno ad emettere nuovi getti.
Si utilizzano le infiorescenze e le foglie sia fresche che essiccate. Come aroma da utilizzare fresche, le foglie vengono prelevate dalla pianta man mano che servono, durante l’intero anno. Per essiccarle e conservarle in barattoli di vetro, vengono prelevate dalla pianta prima della fioritura. In alternativa, si possono recidere i fusti dalla base, sistemali in mazzetti e appenderli in luogo asciutto e arieggiato, per staccare e conservare le foglie e le infiorescenze una volta essiccate. A scopo professionale le operazioni di raccolta non vengono eseguite manualmente ma con falciatrici meccaniche, con le quale si provvede a falciare i fusti a 5-6 cm dal suolo, per le successive operazione di trasporto, essicazione e separazione delle parti da utilizzare. Una volta essiccati, i mazzetti si possono sbriciolare subito, conservando il ricavato in barattoli di vetro, o al momento dell’uso. A secondo che l’obiettivo è quello di raccogliere le solo foglie o anche le infiorescenze, l’operazione viene eseguita rispettivamente all’inizio o alla fine della stagione estiva.
Pur essendo una pianta particolarmente rustica, difficilmente attaccabile da malattie e parassiti, la santoreggia in presenza di un terreno compatto e poco drenato e di omesse o errate cure colturali, come eccessive annaffiature e temperature alte, può essere attaccata da malattie da fungo. La circostanza si verifica maggiormente durante le colture nei semenzai, se collocati in ambienti particolarmente umidi con temperatura che superano i 20°C. In questo caso le giovani piantine possono essere attaccate da marciume radicale o del colletto. In presenza di tali avversità, oltre al ricorso a specifici fungicida, la migliore cura è la rimozione delle cause.
Sotto forma di foglie fresche o essiccate viene utilizzata in cucina per aromatizzare carne, pesce, salse e aceto, insaporire verdure e legumi, con il suo sapore eccitante e pungente, anche al fine di migliorane la digeribilità. Da parte delle industrie conserviere viene utilizzato quale aroma per alcolici, come amari e liquori.
Ricca di zuccheri e oli essenziali, usato come infuso favorisce la digestione, combatte la stanchezza, la diarrea, le affezioni dell’apparato respiratorio ed i disturbi gastrointestinali. Un tempo assieme ad altre pianta aromatiche, come la salva ed il rosmarino, ritenute afrodisiache, veniva usato per preparare il bagno caldo, che, oltre a tonificare la pelle e affievolire la stanchezza, contribuiva a rimuovere i freni inibitori. L’essenza frizionata sul cuoio capelluto fortifica i bulbi piliferi. Le foglie tritate applicate sulle punture di insetti attutiscono il dolore. Viene usata in erboristeria per preparare erbe medicinali. Consumata sotto forma di tisane e decotti, spesso assieme alla salvia, stimola la memoria.
Dagli antichi romani era detta erba dei satiri per le sue proprietà afrodisiache. Per questo motivo nel Medioevo ai monaci ne venne vietata la coltivazione e l’uso. In Bulgaria entra a far parte degli aromi utilizzati per preparare gli involtini di cavolo, piatto nazionale.
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